Delirium

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Paura nella città dei morti viventi

Recensione: Girolamo Ferlito
Titolo originale: Paura nella città dei morti viventi
Lingua originale: Inglese | Italiano
Anno: 1980
Durata: 93 minuti
Regia: Lucio Fulci
Soggetto: Lucio Fulci, Dardano Sacchetti
Protagonisti principali: Catriona MacColl (Mary), Christopher George (Peter), Carlo De Mejo (Gerry, Luca Venantini (John Robbins), Fabrizio Jovine (Padre Thomas), Janet Agren (Sandra)
Colonna sonora

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Film diretto da Lucio Fulci, datato 1980. E’ il primo della serie denominata “Trilogia della morte”, gli altri due film che la compongono sono: E tu vivrai nel terrore! L’Aldilà e Quella villa accanto al cimitero, entrambi del 1981. Il nome della serie suggerisce allo spettatore quello che avrebbe voluto dimostrare (e che in effetti dimostrò) il regista romano: il rapporto difficile, ancestrale, vissuto con una paura innata da parte dell’uomo con la morte e con quello che potrebbe dover affrontare dopo la vita. Per Fulci l’uomo è intrappolato nei propri vizi, nel peccato ed è condannato a soffrire letteralmente “le pene dell’inferno”. Non c’è via di scampo e di questo ce ne renderemo conto man mano che andremo a vedere tutti e tre i film che compongono la trilogia. Le vicende della storia ruotano attorno alle visioni di una Medium, Mary, interpretata da Catriona McColl (che ritroveremo anche nelle altre due pellicole con il nome di Katherine McColl) che assiste al suicidio di Padre Thomas, prete di Dunwich, uno sperduto paesino del New England (USA). Questo piccolo borgo agricolo ha la “sventura” di sorgere sulle rovine dell’antica Salem (durante il film si dibatte spesso se si tratti di una storia vera o di una leggenda metropolitana) ed è pertanto maledetto; gli accadimenti, però, peggiorano irrimediabilmente proprio con il suicidio di Padre Thomas che con il suo gesto (dettato probabilmente dallo sconforto causato dal sentore di morte che aleggiava in quei luoghi) infrange il confine tra la vita e la morte sovvertendone i meccanismi naturali; così per “ognissanti” (1 novembre), che negli USA corrisponde alla commemorazione dei defunti ed è il giorno successivo ad Halloween, Dunwich dovrà fare i conti, oltre che con la stupidità e il bigottismo dei vivi, con la violenza e il ritorno dei morti tormentati da un risveglio non programmato.

E’ il film che da il là ad una delle migliori e funzionali “confezioni” horror della storia italiana, senza dubbio tra i più violenti, cinici e claustrofobici lavori di Lucio Fulci. Un lavoro che ebbe un successo strepitoso negli States e anche in Italia ma che, come al solito, venne bersagliato dalla critica intesa a bacchettare l’eccessiva violenza e attenta a smontarne la trama a favore di una ricerca “eccessiva” dell’estetismo. In verità, Paura nella città dei morti viventi, seppur trattando una tematica che già aveva reso celebre Romero (il padre putativo degli Zombie) e di cui il mercato cominciava ad essere saturo, rimane un’opera di una originalità sconvolgente e affascinante. Alcune riprese furono riproposte di netto, nei propri film, da registi moderni patiti dell’Horror italiano. Un esempio su tutti fu Quentin Tarantino che utilizzò la sequenza di Mary sepolta viva nella bara di uno dei tanti cimiteri posti nei sobborghi di New York, incastonandola, e facendola interpretare a Uma Thurman, in Kill Bill. Una originalità messa in pratica dall’approccio con i morti viventi che, ad eccezione di alcune scene nel finale del film, non si limitano ad uccidere mangiando la loro preda o procedendo a passo di lumaca, ma appaiono e scompaiono dinanzi alla vittima da aggredire a simboleggiare l’incubo, la paura, nascosta nella psiche umana, che viene fuori nella maniera più drastica e agghiacciante possibile.

Cosa ci si deve aspettare dall’evolversi degli eventi? Sono soltanto le maledizioni a distruggere l’uomo oppure, ancora una volta, è di se stesso che deve avere paura? Sappiamo bene cosa si racconta di Salem e Fulci con Dunwich gioca su questo parallelismo per suggerirci la strada da percorrere per rispondere agli interrogativi che ci si è posti. Le musiche di Fabio Frizzi trasmettono il giusto grado di angoscia che permette allo spettatore di calarsi, perfettamente, nella parte. Un finale spiazzante, invece, darà la dimensione reale di quello a cui andremo incontro visionando l’intera trilogia.

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